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Ponza e le isole pontine: dove la terra finisce e comincia l’infinito

Forse perché le isole sono terre finite circondate dall’infinito, perché hanno confini precisi e, nello stesso tempo, spalancano lo sguardo verso qualcosa che non ne ha.

Così sono le isole: luoghi dove le case sembrano aggrappate alla terra, dove il mare compare ovunque e cambia colore a ogni ora del giorno, dove la luce e il silenzio hanno un sapore diverso.

E Ponza sembra racchiudere tutto questo.

Quando si arriva a Ponza si rimane estasiati da una lunga mezzaluna di roccia vulcanica emersa dal Tirreno, scolpita dal vento e dalle onde in falesie, faraglioni, grotte e insenature che mutano colore con il trascorrere delle ore. La sua costa diventa un racconto continuo di materia e luce: il bianco del caolino, il giallo e l’ocra del tufo, le venature rossastre della roccia, il verde della macchia mediterranea e, sotto, un mare che passa dal turchese delle cale meno profonde al blu intenso del largo.

Il vero lusso di una navigazione verso Ponza sta nel poter scegliere ogni mattina una baia diversa e lasciare che sia il mare a decidere il ritmo della giornata.

Un’isola scolpita dal mare

La navigazione intorno a Ponza è un susseguirsi di scenari: si costeggia Punta della Madonna, con le antiche Grotte di Pilato scavate nella roccia a livello del mare, per poi incontrare Frontone, Cala del Core, Cala Feola, Cala dell’Acqua, Cala Felce e le numerose insenature che interrompono la verticalità della costa.

Le Grotte di Pilato raccontano quanto antico sia il rapporto dell’isola con il mare: un complesso archeologico di epoca romana formato da vasche e cunicoli comunicanti con l’acqua marina, probabilmente utilizzato come peschiera e collegato alla soprastante villa imperiale.

Navigare davanti a queste cavità significa passare, nello spazio di pochi metri, dal piacere contemporaneo della navigazione a una storia che risale a duemila anni fa.

Poi compaiono i faraglioni, le pareti verticali e quelle architetture naturali che soltanto una costa vulcanica può creare.

Tra tutte, Chiaia di Luna rimane una delle immagini simbolo di Ponza: una grande falesia chiara che precipita verso il mare e che, osservata dalla barca, assume una monumentalità quasi teatrale.

Qui si comprende quanto Ponza sia, prima di tutto, un’opera geologica.

Ed esiste un momento, nel pomeriggio, in cui la luce ponzese cambia completamente la percezione della costa: le rocce acquistano tonalità più calde, le ombre scavano le falesie e il mare perde progressivamente i riflessi abbaglianti del mezzogiorno.

È l’ora in cui tutto sembra rallentare.

Ponza vista da terra

Ma Ponza esprime il suo fascino anche quando si lascia la barca e si comincia a percorrerla via terra.

La strada che attraversa l’isola sale e scende seguendone la morfologia, aprendosi improvvisamente su vedute dall’alto: golfi luminosi, pareti rocciose che precipitano nel mare, terrazze coltivate e una vegetazione mediterranea che in alcuni tratti diventa sorprendentemente rigogliosa.

Cambiare prospettiva significa scoprire un’altra Ponza: dal mare se ne percepiscono la verticalità e la potenza geologica; da terra, invece, se ne comprende la fragilità, quella sottile striscia di terra sospesa tra due versanti e continuamente circondata dall’azzurro.

Nei pressi di Cala Feola, le piscine naturali scavate nella roccia vulcanica creano piccoli specchi d’acqua protetti, mentre grotte e cavità modellate dal mare restituiscono ancora una volta l’immagine di un paesaggio in cui acqua e pietra sembrano continuare a trasformarsi reciprocamente.

Ridurre Ponza alla bellezza delle sue cale sarebbe però un errore.

La storia dell’isola affonda nell’antichità e conserva testimonianze particolarmente importanti dell’epoca romana: ville, cisterne, acquedotti, opere idrauliche e peschiere raccontano di un territorio che, già duemila anni fa, aveva con il mare un rapporto strettissimo.

Nel Settecento furono poi i Borboni a ridisegnare profondamente l’isola e a imprimere al porto gran parte della fisionomia che ancora oggi lo caratterizza.

La storia, a Ponza, continua a riaffiorare ovunque, spesso senza annunciarsi: dietro una parete di roccia, all’interno di una cisterna, lungo un sentiero o semplicemente osservando dal mare opere che appartengono a epoche lontanissime.

Palmarola, la deviazione irrinunciabile

Poco più di sette miglia separano il porto di Ponza da Palmarola, eppure la sensazione è quella di essere entrati improvvisamente in un altro Mediterraneo.

Se Ponza è l’isola abitata, raccontata e vissuta, Palmarola è la sua controparte selvaggia: quasi priva di insediamenti permanenti, appare dal mare come una successione di rocce vulcaniche, guglie, grotte e pareti modellate dall’erosione. L’acqua, nelle giornate più limpide, sembra moltiplicare all’infinito le tonalità del blu.

Arrivarci al mattino presto, quando le prime imbarcazioni non hanno ancora raggiunto le rade, o restarvi fino alle ultime ore del pomeriggio significa sperimentare una dimensione sempre più rara nel Mediterraneo estivo: quella del silenzio.

Il motore spento, il rumore dell’acqua contro lo scafo, la roccia tutt’intorno.

Il concetto di esperienza esclusiva che assume il suo significato più autentico.

Zannone, l’altra anima dell’arcipelago

A completare il piccolo universo delle Pontine settentrionali c’è Zannone, parte del Parco Nazionale del Circeo.

È un’isola profondamente diversa dalle altre: più verde, ricoperta di macchia mediterranea e bosco, attraversata da sentieri che conducono ai resti dell’antico monastero e verso il faro: dal Monte Pellegrino lo sguardo abbraccia Ponza e Palmarola e, nelle giornate più limpide, sembra spingersi ancora oltre.

Ponza, Palmarola, Zannone sono tre isole vicinissime; eppure, hanno tre identità profondamente differenti: la prima abitata e vitale, la seconda aspra e primordiale, la terza silenziosa e verde.

Tre modi diversi di essere isola.

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